martedì 15 novembre 2005

Cosa è il progetto Gold?

GOLD è la banca dati Internet delle esperienze più innovative ed interessanti realizzate nelle scuole italiane di ogni ordine e grado.
GOLD perché...
Scopo di GOLD è diffondere a beneficio di tutti il patrimonio di ‘conoscenza didattica’ prodotto dalle scuole - idee e strumenti realizzati in situazione ma trasferibili in contesti diversi.
GOLD per chi...
"Dalla scuola per la scuola": gli insegnanti alle prese con un problema didattico possono trovare in GOLD un aiuto a cui ricorrere. Consultando le banche dati GOLD regionali e nazionale, non solo entreranno in contatto con concrete situazioni simili alla loro, ma potranno usufruire di strumenti collaudati per risolvere il loro specifico problema.
GOLD come...

Le migliori pratiche segnalate da ciascuna commissione entrano a far parte dell’Archivio nazionale delle buone pratiche gestito da INDIRE.

lunedì 14 novembre 2005

Multiculturalità a scuola

Un progetto di educazione alla multiculturalità che, partendo dalla lettura di fiabe sarde e arabe, è giunto alla produzione di un libro e di un film... Alle spalle c'è una metodologia precisa e sperimentata: per il film è prevista la visione, la discussione, la rappresentazione grafica attraverso i disegni, la scheda cinematografica. Per le fiabe invece si parte dall'ascolto della storia in lingua originale (l'arabo, in questo caso): poi la lettura a voce alta della fiaba sarda, la rappresentazione grafica, e quindi l'analisi comparata delle fiabe che provengono da paesi e culture diverse, per scoprire quali sono i punti in comune. ... Nato soprattutto grazie alla collaborazione della docente Francesca Saba, della scrittrice Rossana Copez e Imad Hamdar, libanese e specializzato in educazione multiculturale mediante audiovisivi....Per il futuro l'idea è quella di un gemellaggio con una scuola libanese: a luglio Imad Hamdar andrà a Beirut per cercare un accordo con una scuola elementare locale e realizzare un progetto di scambio culturale con una scuola sarda, tramite webcam.

venerdì 11 novembre 2005

Bambini speciali

L’intervento educativo nel bambino Down
fonte:
http://www.trisomia21.it


Il bambino che nasce con la Sindrome di Down non è un bambino malato, ma un bambino con una costituzione genotipica alterata per una presenza di un cromosoma supplementare che interferirà nel suo sviluppo fin dall’inizio. Una volta che il bambino è nato con un corredo cromosomico anomalo è chiaro che dal punto di vista medico c’è poco da fare, a parte i normali controlli su dieta, accrescimento e verifica che non vi siano altre alterazioni associate. Ma fortunatamente c’è molto da fare sul piano educativo, attivando circuiti nervosi all’interno del Sistema Nervoso Centrale (SNC), che aiutino il piccolo a limitare al massimo gli effetti dell’handicap di base.
Che cosa si intende per intervento educativo? Se il bambino Down non è malato, non avrà bisogno di essere curato con una terapia medica. Il suo maggiore bisogno sarà invece quello di essere educato tenendo accuratamente conto delle sue caratteristiche fisiche alterate, dovute al cromosoma supplementare. L’educazione di cui avrà bisogno dovrà essere quella che riceve ogni bambino normale, ma con una corretta e precisa programmazione, che tenga conto anche di tutto ciò che oggi sappiamo grazie alla ricerca neuropsicologica sull’età evolutiva, evitando lacune connesse allo spontaneismo. Il bambino Down possiede infatti delle potenzialità non valutate e soprattutto non fatte emergere per carenze nell’impostazione e nell’intervento educativo.

martedì 8 novembre 2005

il mio profilo

Chi sono?
Mi chiamo
Maria

Nel 1997 ho conseguito la laurea in Psicologia presso l'Università La Sapienza di Roma. Attualmente insegno in una scuola primaria di Roma. Da quest'anno gestisco un laboratorio di Educazione Emotiva presso una scuola primaria di Roma.

Lo scorso anno ho lavorato, insieme a bambini di 6/10 anni, al progetto sul Logo di Papert. Ho, inoltre, frequentato un master annuale per specialisti E-Learning. Attualmente sono impegnata nella promozione e diffusione di un progetto elettronico trilingue lavorando su mappe concettuali (www.2wmaps.com).

lunedì 7 novembre 2005

Storie di bambini

Ogni bambino ha una storia da raccontare... a chi?
di Anna Sarfatti

Lorenzo ha scritto la sua storia a puntate, quasi che al termine di ogni testo avvertisse la sensazione che c'era dell'altro, la storia continuava. Partito nel primo testo come topo in sella a una moto, nel corso della quinta conquista le energie e le strategie per volare. Ha raccontato l'epopea del topo che ri-nasce, esplode e muore, cedendo il posto ad altre figure che accompagnano la mimesi di Lorenzo: il cane, l'aquila, la fenice, "il grande volatile". In qualche modo è giunto al sogno di Icaro. Al posto delle ruote un giorno Lorenzo si è scoperto le ali. Poi ha cambiato ciclo scolastico e un professore mi ha detto che "vola basso"… Lorenzo non è un bambino "speciale", è un bambino, più correttamente è "il bambino Lorenzo". Come lui, tutti i bambini hanno una storia da raccontare, quella della loro crescita; ma non tutti ricorrono alla scrittura per farlo. Le forme dell'intelligenza sono diverse - ci dice Howard Gardner - e ciascuna porta a una diversa visione del mondo costruita in base a una specifica strumentazione. Il problema è che anche noi adulti educatori, genitori e insegnanti, abbiamo intelligenze diverse, che sono la nostra ricchezza ma anche il nostro limite. E' un caso che delle storie dei venti bambini di quel gruppo io (che alterno il mio impegno tra l'insegnamento e la scrittura) sia in grado di raccontare con più dettagli e continuità solo la storia di Lorenzo che si è raccontato attraverso la scrittura?
Non basta predicare agli educatori di porsi in ascolto delle diverse forme di intelligenza dei bambini, ma occorre aiutarli a capire quale è la propria e come fare per seguire le tracce dei tanti diversi da noi.

domenica 6 novembre 2005

Impararare ad imparare

di Maria Calabretta
ll logo e' un linguaggio di programmazione basato sul linguaggio della tartaruga. In ambiente Logo non è il computer ad insegnare al bambino ma è il bambino a dare specifici comandi alla macchina per risolvere problemi. In tale direzione, il computer si trasforma in allievo che esegue e concretizza le idee che il bambino produce. Quest’ultimo, infatti, programma l’elaboratore riflettendo sul suo stesso pensiero che costruisce nuove idee in base a strutture mentali via via sempre più elaborate. Quando il bambino interagisce con il computer, egli non impara solo a programmare e ad insegnare alla macchina come risolvere problemi (problem solving), ma impara anche e soprattutto a pensare intorno al suo stesso modo di pensare. L’ambiente Logo, poi, consente al bambino di intuire nuove relazioni tra se stesso e lo spazio; ed inoltre gli permette di concretizzare idee in modo personale ed autonomo. Mentre Piaget considerava difficile e lento il passaggio da un pensiero infantile ad un pensiero adulto, Papert facilita questo delicatissimo stadio mediante un approccio concreto mediante l’uso dell’elaboratore. Questo processo avviene in modo autoreferenziale, cioè il bambino mentre programma riflette su se stesso aggiustandone il tiro per prove ed errori. In conclusione, il rapporto con il computer insegna al bambino sia a pensare in modo nuovo che a pensare su come pensa. Con Logo la classe si trasforma in comunità di ricerca.

Laboratorio di Educazione Emotiva

di Maria Calabretta
Il mio laboratorio per l'a.s. 2005/2006, presso il plesso "Alberto Manzi" del C.D. "Anna Magnani" di Roma, riguarderà lo studio delle emozioni per affrontare il modo in cui il bambino parla a se stesso (dialogo interiore), interpretando e valutando la realtà circostante. Il dialogo interiore può costituire, infatti, un mezzo efficace per potenziare la sua capacità di affrontare le varie situazioni problematiche a casa e a scuola. Si sa che i due emisferi cerebrali svolgono funzioni distinte, ma l’emisfero sinistro (deputato al ragionamento) si sviluppa pienamente solo in età adulta. Infatti, durante l’infanzia l’emisfero destro (da cui originano immaginazione, visualizzazione e creatività) viene utilizzato quanto quello sinistro. Così il dialogo interiore, che è una funzione appartenente principalmente all’emisfero sinistro, può e deve essere potenziato ricorrendo all’immaginazione e alla visualizzazione, che sono funzioni dell’emisfero destro. Il bambino che apprenderà l’educazione emotiva sarà messo nella condizione di poter imparare, fin da piccolo, le strategie di pensiero positivo che lo aiuteranno a diventare, da adulto, una persona consapevole del proprio e dell’altrui vissuto emotivo. L’attività laboratoriale metterà il discente in condizione di poter apprendere e consolidare la capacità di pensare in modo costruttivo. Le unità didattiche, svolte sia in classe che in aula informatica (per sviluppare mappe concettuali sull'argomento), forniranno al bambino una serie di auto-istruzioni per la gestione della bassa tolleranza alla frustrazione al fine di ridurre l’impatto di alcuni frequenti problemi comportamentali (ad es., deficit dell’attenzione e iperattività) e interiorizzati (ad es., bassa autostima, ansia, tristezza). Ciò faciliterà un migliore approccio allo studio, rapporti interpersonali più soddisfacenti e la costruzione di legami positivi di amicizia con i coetanei. In particolare: sviluppare empatia; riconoscere le proprie e le altrui emozioni, attraverso la riflessione ed il confronto con gli altri; sapersi identificare nell’altro; capacità di comunicare se stessi. Le attività riguarderanno racconti orali, attività grafico-pittoriche e giochi motori e corporei. Gli strumenti utilizzati saranno il Circle Time, giochi con regole, il Role Play (cioè giochi dei ruoli), l'analisi delle emozioni e delle loro espressioni. La metodologia di laboratorio favorirà: apprendimento cooperativo; approccio ludico e creativo alla riflessione e conoscenza; sviluppo del pensiero critico e creativo e della capacità di problem solving (attraverso la discussione e il confronto usando la ricerca-azione); la costruzione collettiva di un blog didattico; la collaborazione su ‘mappe viventi’ multilingue (italiano, inglese, spagnolo) usando cmap (vedi www.2wmaps.com).

venerdì 4 novembre 2005

Il mondo in classe

Storia di un esperimento di integrazione riuscita
di Alidina Marchettini
(...) Nel corso degli anni sono state studiate e sperimentate varie modalità di formazione delle classi, dovendo far fronte ai tagli del governo, alla riduzione di docenti di alfabetizzazione, all’attacco al tempo pieno dell’attuale ministro Moratti. Il Comune di Campi sostiene la spesa per il mediatore culturale, che è soprattutto presente ai colloqui con i genitori e prepara la traduzione delle circolari per le comunicazioni scuola-famiglia. (...) I momenti comuni su cui puntiamo per favorire la reciproca conoscenza e la convivenza sono: i laboratori , l’intervallo, la mensa e il gioco. Abbiamo privilegiato la finalità di mettere tutte e tutti in grado di usare la lingua italiana, per comunicare ed esprimersi anche in questa lingua, conoscendo il nostro patrimonio culturale e le nostre modalità di convivenza democratica. L’integrazione è un processo lungo, perché nell’Italia dei campanili sappiamo bene come l’uso di un dialetto, quando addirittura il tifo per una squadra non scatenino scontri inaspettati, ma l’esperienza di adulti italiani che si specializzano nell’insegnare a bambini e a giovani a esercitare la piena cittadinanza nel Paese in cui vivono, colpisce positivamente. (...) La scuola pubblica italiana si fa carico dei nuovi arrivati e i genitori cinesi scelgono nomi italiani per le figlie e i figli che qui nascono. Per quelli di noi che scelgono questa classe, l’impegno è di mettere in gioco tecniche e conoscenze, tutti gli strumenti accumulati negli anni di insegnamento, sviluppando l’empatia che unisce al di là delle parole. Sono ragazzini e ragazzine che si trovano a vivere i ritmi, le abitudini della scuola italiana, alcuni non conoscono neppure il cinese, conoscono l’insegnante di ogni materia e cercano di mettersi in relazione con ognuna/o, la lingua è il tramite, i compagni e le compagne che parlano italiano fanno da interprete, quelle e quelli che in Cina hanno frequentato più anni scolastici aiutano, il dizionario è al centro, il vocabolo italiano passa di bocca in bocca, si cerca l’equivalente cinese, si affrontano concetti ardui poco per volta, quello che unisce è la certezza trasmessa dal docente: la fatica è tanta, ma riusciremo nell’impresa. Importante è creare l’atmosfera della comprensione: silenzio, concentrazione, ognuna/o sul proprio lavoro, ma anche serenità di fronte agli errori, scherzo e riso, alternare momenti di sforzo con altri più tranquilli, far capire che la lingua s’impara facendo tante attività. L’aritmetica è la materia preferita dai più, sono abituati in Cina a fare i calcoli a mente e vengono considerati intelligenti i più veloci. La geometria invece piace meno e in genere incontrano difficoltà. Un anno alcuni alunni non volevano fare musica, sembrava loro inutile e ottenni un atteggiamento diverso, più collaborativo perché ne discutemmo e mi lanciai in una perorazione rispolverando i ricordi di liceo e facendo vedere gli stretti legami tra matematica e musica. La storia è difficile per italiani e stranieri, anche loro accettano di più la geografia, ma l’entusiasmo di chi insegna è una molla potente e la relazione docente-discente traina nello studio. Poi si appassionano e quelle e quelli che hanno ricordi più vividi della scuola cinese scoprono analogie, collegano e mi danno informazioni su cosa imparavano là. (...) Lo scambio culturale passa da mille rivoli e i più impensati, il confronto, l’arricchimento reciproco riguarda ogni argomento. Nell’aula fa bella mostra di sé una carta geografica del mondo, chiesta e avuta in dono da un alunno al ritorno dalla Cina, è in cinese, la Cina campeggia al centro, accanto la vecchia carta con l’Europa e la piccola Italia al centro, sono il segno visibile che ognuno di noi si mette al centro, importante è sapere che è una scelta affettiva, personale, parziale.